Gay e cattolico. Sessantacinque anni in mezzo al guado

Testimonianza inviataci da Pier il 26 gennaio 2011

Chiedo scusa se forse saro’ prolisso, ma vorrei portare il mio contributo di vita vissuta e di omosessuale credente e… sofferente. Non conoscevo questo sito e per caso l’ho incontrato tempo fa.
Non e’ certo facile parlare di alcune cose personali e credo che sia ancora piu’ difficile quando non si e’ piu’ giovani tuttavia credo, senza darmi delle risposte, di poter in qualche modo essere utile e avere un conforto spirituale in chi, forse, tra tanti siti Cristiani, prende a cuore la realtà della presenza degli omosessuali nella Chiesa di Cristo.

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4 pensieri su “Gay e cattolico. Sessantacinque anni in mezzo al guado

  1. Come sempre, quando scrivi, caro Pier, tocchi il cuore.
    E nel toccarmi in cuore mi hai fatto venire in mente una cosa che avevo detto tanti, ma proprio tanti anni fa, al primo incontro in cui mi hanno chiesto di parlare di Fede e di omosessualità.
    A distanza di tanti anni te lo ripeto, perché mi accorgo di non essere stato un testimone fedele di quelle parole che allora dicevo e che non erano altro che la sintesi dei tanti consigli che avevo ricevuto da persone di grande Fede.
    La domanda che mi era stata fatta era la solita: «Come conciliare Fede e omosessualità?».
    La mia risposta partiva dall’osservazione che la ricetta conciliare Fede e omosessualità ha tre ingredienti.

    Il primo è una solida formazione catechistica che ci permetta di non ridurre l’appartenenza alla chiesa all’adesione più o meno fedele ad alcune indicazioni relative alla morale sessuale.

    Il secondo è una rete di amici con cui condividere tutti gli aspetti della nostra vita, anche quelli collegati alla nostra omosessualità che di solito resta esclusa dai discorsi che facciamo. In genere questi amici sono prevalentemente altri omosessuali, perché certe cose è più facile capirle se si vivono in prima persona. Conosco però alcuni gay che hanno tratto dei benefici molto grandi dall’amicizia con uomoni e donne eterosessuali. L’importante è trovare qualcuno disposto a condividere quella parte del nostro vissuto che fa fatica ad emergere negli ambienti che di solito frequentiamo.

    Il terzo (e direi il più importante) è un’intensa vita di preghiera basata sull’adorazione. Solo l’adorazione e la preghiera silenziosa ci guariscono infatti dai sensi di colpa che altrimenti sono sempre in grado di condizionarci nelle nostre scelte. E il senso di colpa, per intenderci bene, non quel sano senso del peccato che ci deve guidare verso la perfezione, ma la sua copia “falsificata”, la sua “scimmia” direbbero i maestri di spiritualità medioevale.

  2. Caro Gianni,

    non ci conosciamo direttamnete ,ma io ti conosco attraverso le tue testimonianze scritte durante questi ultimi anni e so che ,pur avendo alcuni anni di differenza, abbiamo in comune ,oltre la Fede cristiana,anche un vissuto vocazionale.Anche io come te ho pensato ,da adolescente di seguire la vocazione sacerdotale prima e quella religiosa poi ,entrando in seminario e poi in una Casa Religiosa,ma – e qui forse le nostre vite si dividono – quello che mi ha fatto allontanare dalla pratica religiosa sono stati gli scrupoli che mi sono venuti ,specie nel confessarmi. E questa sorta di supplizio ancora dura,purtroppo. Non voglio piangermi addosso ,ma credo che tu sappia,se non altro per sentito dire, che cosa tremenda siano gli scrupoli e quale tormento causino.
    La omosessualita’ penso che possa ,anzi ne sono convinto ,anche se ancora facccio fatica, convivere con la pratica cristiana e non mi dilungo: altri meglio di me hanno portato e portano delle testimonianze bellissime ,ma credimi, avere a che fare con gli scrupoli e’ una cosa che non augurerei a nessuno.
    Capirai quindi quanto sia pesante il fardello che mi porto appresso e che non mi permette di vivere ,non solo ,neppure di pregare e di realizzare me stesso anche come uomo.
    Tante sono le persone “addette ai lavori” che ho interpellato,sacerdoti,psicologi ed esperti vari,ma tutto e’ stato vano. Altro che sensi di colpa. E questo ,onestamente ,non lo posso attribuire che al mio carattere,purtroppo.
    Pero’ neppure questo alla fine ,pur con grande sforzo, non mi impedisce di vedere un lumicino anche se piccolo e lontano e forse questo mi basta,o perlomeno me lo devo far bastare.
    Ci tenevo a risponderti in questo modo perche’ so per certo che tanti cristiani sono schiacciati da questo tormento e tanti omosessuali, forse lo sono ancora di piu’. La preghiera…. si … certo….ma quando arriva la tentazione diabolica (non posso dargli altri nomi) degli scrupoli non c’e preghiera che tenga,purtroppo. Eppure prego ugualmente ,almeno mi sforzo di farlo e credo che a volte anche un grido di dolore sia una preghiera,anche chiedere a Dio che sia allontanato questo calice amaro posso considerarsi preghiera.Oserei dire ,anche “litigare ” con Dio puo’ essere preghiera. O sbaglio? Fraterni abbracci. Pier

  3. Caro Pier,
    ieri sera, al Guado, abbiamo fatto la nostra Lectio mensile e il brano era il primo capitolo del secondo libro di Samuele, quello in cui viene portata a Davide la notiia della morte di Saul e di Gionata. Una delle cose che colpisce in questo brano sono le domande di Davide, che chiede, che chiede con insistenza e che non si preoccupa, nel chiedere, della risposta che riceverà.
    Commentando questo atteggiamento di Davide abbiamo osservato che la Fede é innanzi tutto una «Quaestio assidua et frequens» e qualcuno ha osservato che lo stesso Gesù non si sottrae a questo atteggiamento di richiesta, quando nel Vangelo di Marco urla in croce: «Dio mio! Dio mio! Pechè mi hai abbandonato?».
    Hai ragione! Essere cristiani significa anche “litigare” con Dio, chiamarlo in giudizio, chiedergli conto della nostra sofferenza e della sofferenza che incontriamo in questo mondo in cui mote cose vanno per il verso sbagliato! D’altra parte é questo l’atteggiamento di Giobbe che chiama Dio in giudizio, litiga con lui e gli chiedere che senso abbiano le sofferenze che lo schiacciano.
    E anche se Dio dice a Giobbe di non doversi giustificare con lui, nel momento in cui lo fa gli si rivela, tant’è vero che Giobbe stesso arriva a dire: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono!».
    Ecco, io credo che il cristiano che, come fai tu, riesce a vivere i suoi litigi con DIo come una preghiera, è colui che arriverà un giorno a ripetere le parole di Giobbe: «Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono!».

    Un abbraccio forte

    Gianni Geraci

  4. Ti ringrazio ,Gianni, di quello che mi scrivi e lo trovo consolante. Del resto,appunto,la stessa Scrittura, ci porta degli esempi e quello che colpisce certo e’ il lamento di Cristo con il Padre.Eppure Egli come Dio sapeva quello che stava per accadere. Altro esempio di “preghiera” e’ il pianto di fronte alla morte di Lazzaro,anche quella e’ una forma,sia pure diversa, di preghiera ,io credo. Gli esempi possono essere molti, e forse quello che e’ a noi piu vicino e’ il dolore di Davide che si “dispera” per la sorte dell’amato amico Gionata. Non sappiamo con certezza quali rapporti vi siano stati tra i due giovani, ma tutto fa pensare che fossero piu’ che amici,almeno secondo i nostri canoni di lettura attuali. E qui ,se mi e’ permesso, vorrei fare una considerazione anche se forse altri meglio di me ,certo, l’avranno fatta . Tutti sappiamo ,per aver letto e perche’ ce lo mostrano a ogni pie’ sospinto, cosa dice la Scrittura ,in questo caso in Vecchio Testamento,
    circa i rapporti tra le persone dello stesso sesso (episodio di Sodoma e Gomorra, i dettami del Levitico….),ma non credo, che vi sia un racconto che ci mostri come due persone dello stesso sesso siano state effettivamente “trattate”. Questo forse ci dice qualcosa? Io credo di si. E l’amicizia tra Gionata e Davide ci dice qualcosa? anche in questo caso credo di si.Se sbaglio correggetemi. Ricordo un sacerdote, a cui mi rivolsi per i miei noti problemi personali,il quale mi disse che certo non si puo’ approvare uno stile di vita dissoluto,ne’ per gli omosessuali e ne’ per gli eterosessuali,per questioni non solo religiose,ma anche di ordine ,qualsiasi valenza abbia questo termine. Mi disse ed era amareggiato, che si doveva fare grande attenzione nel dare giudizi affrettati e senza appello di fronte a due persone che si amano veramente, qualsiasi tipo di amore fosse,ma stavamo parlando della omosessualita’ quindi c’era poco da fraintendere. Non aggiunse altro,ma il suo silenzio fu molto eloquente. Non voglio mettere troppa “carne al fuoco”,ma l’amore,comunque si manifesti, siamo proprio sicuri che sia da condannare senza appello e comunque?
    Ricordo un episodio che apparentemente potrebbe sembrare slegato da quello che ho esposto ,ma a mio vedere segue un filo logico che forse e’ difficile scorgere,eppure ad una lettura attenta,secondo me e’ presente: ero con un amico non cattolico davanti al Colosseo (ora e’ chiaro dove vivo) e stavamo attraversando quel tratto di strada che una volta serviva al Papa per recarsi processionalmente dal Laterano a San Pietro e viceversa e che ora (ironia della storia e della sorte!) e’ chiamata ,forse con un pizzico di fantasia la gay streeet di Roma,dove vi e’ un noto locale molto frequentato da gay,per lo piu’ molto giovani.
    Vedendo questi ragazzi,erano tanti per la verita’, ci siamo detti il mio amico ed io,vedendoli forse sbandati, quanto bisogno di Cristo avessero questi nostri fratelli e come nessuno di noi credenti abbia preso l’iniziativa di prendere a cuore la loro anima, a mostrare che il messaggio di Cristo e’ per TUTTI SENZA ESCLUSIONE ALCUNA !. Comprendo che l’argomento si sta allargando a macchia d’olio e io sono sempre prolisso,ma credo che la bocca parli per “la sovrabbondaza del cuore” e perche’ ho taciuto tanto tempo e ho impedito al mio cuore di amare. Non solo la verita’ ci fara’ liberi,come dice l’Apostolo Giovanni,ma io credo, che anche l’amore,quello vero, ci rendera’ liberi da ogni condizionamento. Una buona domenica,caro fratello e un forte abbraccio pieno di affetto cristiano,se mi consenti. Pier

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