Il valore cristiano della visibilità per le persone omosessuali

Riflessioni di Emanuele Macca del gruppo Il Guado di Milano

In questo mio percorso di riavvicinamento alla Chiesa Cattolica e alla sua universalità, affronto anche il tema del mio orientamento sessuale e spesso mi viene posta la domanda “Ma è proprio necessario dirlo?”.
Ho altresì letto alcuni articoli in riviste cattoliche divulgative che ricalcano questa questione e certuni arrivano a definire il dichiararsi come un’ostentazione e una moda che indica come ormai si sia superato il senso del “pudore”.

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11 pensieri su “Il valore cristiano della visibilità per le persone omosessuali

  1. Visibilita’ o meno? “Uscire dall’armadio a muro” o no? Quesito interessante ,risposta molto interessante e anche ,credo, sviluppati in modo molto appropriato,da persona matura e consapevole dei pro e dei contro. Io penso che ognuno di noi,avendo un vissuto diverso ,possa scegliere se manifestarsi o meno: per dire meglio ,credo che non esistano regole ferree che obblighino tutti noi omosessuali a manifestarci. Ci sono delle situazioni,e sono le piu’ svariate,in cui forse lo si puo’ fare con gradualita’ e situazioni in cui (penso alla mia personale situazione) in cui ,non potendo portarsi dentro tutto il fardello che la condizione omosessuale a moltissimi di noi comporta,e’ auspicabile che ci si manifesti e l’ideale ,di per se’, se ci fosse ,non dico un’accettazione tout court da parte di familiari e amici,ma anche tolleranza da parte di tutti, e’ che ,senza falsi pudori che fanno solo male, ci si manifesti per quello che siamo. Sono d’accordo che la visibilita’ non e’ sinonimo di ostentazione e che talvolta i vari Pride,o meglio coloro che vi partecipano, non siano proprio una cosa ottima specie per noi crdenti,perche’ viene irrisa la nostra religione e i rappresentati, iniziando dal Papa. Sono convinto che tutto si possa dire e si possa anche manifestare “contro” (non tutti sono credenti),ma il rispetto credo che sia una condizione essenziale per il vivere civile. Pero’ ,anche coloro che manifestano in modo clamoroso e anche blasfemo (non voglio giustificare nessuno e sto esprimendo un mio personale pensiero) chissa’ che cosa sanno della Chiesa ,della religiosita’ in genere e quindi posso anche fare lo sforzo di comprenderli,pur non approvando. Ma mi sembra che,al di fuori da queste manifestazioni clamorose,sia sul posto di lavoro,sia in famiglia, sia opportuno per noi stessi dichiarare la nostra omosessualita’,ripeto,per quanto possibile. Credo e sono convinto che il pudore non c’entri per nulla,anzi non si farebbe che alimentare quella ipocrisia che serpeggia in vari modi nella Chiesa e a vari livelli: il dire e il non dire, il “basta che non si sappia in giro” ecc. No, questo lo ritengo inaccettabile. Se il Catechismo stesso della Chiesa Cattolica dice (almeno in teoria..) che le persone omosessuali devono essere trattate con rispetto e delicatezza,non vedo perche’ si debba scoraggiare il venire allo scoperto. Non ci si puo’ nascondere la testa sotto la sabbia,altrimenti questo rispetto non lo avremmo mai,io credo.
    Purtroppo ,forse e’ una mia impressione, noi cattolici,ma credo che valga per tutti i credenti, siamo ancora vincolati da tante remore di cui ci dovremmo liberare,ma capisco come non sia affatto facile,e io stesso ho messo decenni per uscire e dichiararmi,sapendo bene a che cosa andavo incontro e dato per scontato che sicuramente avrei perduto delle amicizie e alcune porte di sarebbero chiuse. Ma sono convinto che sia meglio questo,anzhiche’ vivere nel nascondimento e nella paura ,mettersi la maschera ogni giorno. No, questo non riuscirei a farlo piu’. certo nessuno e’ obbligato a mettere i cartelli o il distintivo di omosessuale,come purtroppo accadeva (i triangoli rosa di triste memoria ci dicono qualcosa),ma ” portare la propria gayezza” con dignita’ non mi sembra che si possa disapprovare.
    Penso specialmente a tanti ragazzi e ragazze che soffrono indicibilmente ,sia in famiglia,sia nella societa’ (purtroppo le persone molto giovani sono molto “cattive” con chi si discosta dalle “regole del branco”) e certi genitori ancora adesso dicono (lo si sente dire spesso in giro) che preferiscono sapere il figlio drogato naziche’ omosessuale.Ci rendiamo conto a che punto si possa arrivare?
    Io credo di fermarmi qui,penso che ,ripeto,non vi siano regole valide per tutti,ma l’ideale per il nostro bene e per il bene dei nostri fratelli e delle nostre sorelle meno fortunati,e’ che ci si manifesti,perche’ il vaso di Padora ormai si e’ scoperchiato e credo che nessuno lo possa piu’ richiudere,indietro ,nonostante tutto, non si torna. Cari ,fraterni saluti. Pier

  2. Articolo intelligente e sensibile, che ri-propone un tormentone ‘must’ che ogni persona omosessuale incontra prima o poi sul suo cammino di vita.
    Dirlo: Quando ? Come ? Perchè ? A chi sì e a chi assolutamente no ?
    Parli di una certa ‘ostentazione’ che potrebbe trovarsi nel vestire, nella postura, nel parlare (incluso il timbro di voce).
    Sul Pride… ci sarebbe da dire…mah !
    Personalmente non capisco a cosa serva, così come è diventato oggi in Italia: ha da anni un tono marcatamente anticlericale e anticattolico, con tanto di sedicenti gruppi di atei e agnostici (che fanno numero, ma che forse col mondo glbt non hanno molto da spartire) e che …tanto per confondere ancor più le idee, sfilano praticamente a braccetto con i gruppi di cristiani glbt.

    Non penso ci siano ‘ricette universali’ valide per tutti, nè tanto meno un’età limite per il coming out.

    Ci sono vip che sono diventati icone gay, vendendo più CD di prima, altri che invece hanno perso credibilità, consensi e pubblico: da noi lo si dice di cantanti, attori, politici, ma quando va bene si dichiarano timidamente ‘piuttosto bisex’. Altri si dichiarano solo alla stampa estera…
    E la gente comune ? Immaginate di:
    – scriverlo su un CV o raccontarlo in sede di colloquio di assunzione (in fondo si parla anche di caratteristiche personali, no?)
    – farlo sapere ai colleghi (magari docenti presso una scuola cattolica o di destra)
    – farlo sapere ai propri collaboratori e sottoposti (gradimento e rispetto andranno alle stelle, ci potete contare)

    Battute a parte, è una questione strettamente privata. A meno che ci sia coinvolta un’altra persona (partner) perchè in quel caso, non si può più parlare di ‘questione privata e individuale’.
    E spesso è proprio l’incontro con un partner e una relazione gratificante con esso a ‘dare la carica’ per trovare le parole e le occasioni giuste per dire ad altri che … stiamo bene, benissimo. Così.

  3. Mi permetto solo una osservazione a quanto scrive Tiberiano,sebbene gran parte delle riflessioni le trovo giuste e posso anche condividerle. L’interrogativo,secondo me, Gay Pride a parte, da porsi, e’ che se sto bene con me stesso non dicendo nulla oppure soffro perche’ mi tengo tutto dentro? Io certo posso rispondere per quello che e’ la mia esperienza e riconosco,certo, che ognuno ha un suo vissuto personale e deve fare i conti con tante cose e persone. Tuttavia,conviene tacere e nascondersi per tutta la vita?.Non parlo di ostentazione certo (ognuno puo’ fare cio’ che crede e se ne assume le responsabilita’). Il coming out e’ una offesa al pudore come sostengono alcuni,o e’ un “atto dovuto” ,prima a se stesso e poi a tutti gli altri?
    Per altri intendo tutti gli omosessuali che soffrono in silenzio e ce ne sono: dire che non e’ vero significa,credo,chiudere gli occhi di fronte alla realta’.
    A me cosa importa che alcune icone gay lo facciano per il proprio tornaconto?
    Cosa importa che i cosiddetti atei ci godano pur di dare addosso alla Chiesa e alla Religione? Se pensassimo a tutte queste cose non faremmo mai nulla. Certo io faccio delle riflessioni che sono mie e solo mie,quindi discutibili,ma credo e sono convinto che il manifestarsi (non ostentare,lo ripeto per chiarezza) sia una forma di liberazione. Se il Signore (siamo in un sito di credenti) ha voluto che fossimo così,forse non e’ il caso di domandarsi se non sia una forma molto particolare di vocazione? Pier

  4. E Tiberiano risponde…
    Allora, il coming out è un evento di tipo socio-relazionale, una comunicazione di uno status o caratteristica che implica una serie di ‘effetti’ sul proprio stile di vita futura, condizionata anche dalla normativa vigente: non ci si sposa, non si procrea in senso biologico, non ci sono nè adozione nè diritti di successione per una coppia dello stesso genere.
    E questo ha un forte impatto su una prima classe di destinatari del messaggio “coming out”:

    1.- I familiari, genitori sopratutto.
    A volte, si ha soltanto la conferma definitiva di sospetti o rumours di quartiere, ma altre volte il “fattore sorpresa” ha conseguenze veramente devastanti: crolla tutto un mondo di aspettative nei confronti del “dichiarante”. Si innesca un conflitto che va elaborato e risolto… in tempi variabili da persona a persona.
    Altre due classi di destinatari della comunicazione coming out ? Amici e colleghi di lavoro.

    2.- Amici: ecco, qui la vedo molto più facile: spesso i legami di stima si rafforzano (‘hai avuto un bel coraggio a dirmelo, immagino quanto avrai sofferto a tenerti dentro ‘sta cosa così importante’ oppure: ‘Ti sono grato per la confidenza che mi fai, ti dirò che in fondo l’avevo un po’ immaginato…per me non cambia nulla’.
    Certo, nel mucchio può saltar fuori il tipo sprovveduto e impreparato che medita:’oh Dio, ma che me lo ha detto a fare ? vuole provarci con me ?’ oppure ‘ Ma se si mette a dirlo a tutti così, visto che siamo in amicizia da molto tempo, penseranno lo stesso pure di me ?’.
    Insomma si corre anche qualche rischio di compromettere relazioni che si rivelano labili, a conti fatti.
    Sembra un mettere alla prova le persone care… in realtà, secondo me chi fa il coming out mette alla prova sopratutto se stesso… è comunque un punto di non-ritorno.
    Perchè al di là di leggende metropolitane pseudoscientifiche, non ho ancora sentito parlare di veri ex-omosessuali…

    3. – Colleghi di lavoro … è il caso di dirlo pure a loro ?
    Parlo per la mia personale esperienza…per me, è un falso problema.
    In questi tempi di globalizzazione, flessibilità e mobilità (geografica e di professionale), ho cambiato in dieci anni moltissimi colleghi con cui avevo instaurato rapporti anche confidenziali.Non li ho più rivisti nè sentiti, neppure su Facebook. Dei collleghi di studi universitari, una diaspora anche affettiva.
    Dei camerati del servizio militare e compagni di liceo… manco a parlarne. Sparsi in giro per l’Italia.
    E per lo più tutti padri di famiglia, ormai.

    A chi altro è il caso di raccontarlo ? In TV, in qualche talk show ?

  5. E non finisce qui… 😉
    non c’è dubbio che, per la mentalità dominante, anche a livello di battuta “spiritosa”, l’omosessuale, specie il gay, oggi è diventato il termine di paragone più deteriore e squalificante che la malizia umana possa concepire. Come dire:’ meglio un figlio X, piuttosto che gay !’
    Con questo presupposto, come lo smonti un luogo comune del genere ? Rivelando la tua gayezza ?

    Per la vergogna residua della nostra educazione sessuofoba, mi tocca sentire (nel mondo gay e non solo) che un uomo che vive con gratificazione e disinvoltura la propria sessualità si definisce ‘un porco’ (scherzosamente … o almeno, così crede lui)
    O il sesso libero (sempre sessuofobicamente parlando) che viene associato addirittura al diavolo.
    Titoli di canzonette e nomi di locali notturni di divertimento (anche sessuale) si sprecano…
    Sembrano cose frivole, ma rispecchiano un atteggiamento mentale più profondo, molto diffuso.
    La sessualità cristiana è solo concepimento, l’altra sessualità, assai più varia, è … egoista, pagana, dionisiaca, libertina. E’ giusto tutto questo?

    Che poi ci sia chi indubbiamente ha fatto della (propria) omosessualità un “mestiere” (letteratura e saggistica gay, cinema gay, musica gay, teatro gay, ecc.) nulla in contrario, ma mi viene il dubbio che queste persone abbiano investito solo su se stesse, sia pure con molto più coraggio di chi soffre e rinuncia in silenzio a vivere la propria vita socioaffettiva.
    Cmq: una cosa è costruirsi un’immagine pubblica di personaggio ‘fuori dagli schemi’ (e farsi gli affari propri), altra cosa è avere una progettualità di empowerment sociale di integrazione e rispetto anche dentro la Chiesa…ogni tanto si parla perfino di sacramenti negati (altro che rispetto e delicatezza !!!)
    Non è certo dalla Chiesa che dovremo aspettarci un miglioramento della questione omosessuale. Quanto già avviene in altri Paesi europei ed occidentali è sotto i nostri occhi, non lo dico io…
    Il rispetto si conquista, con i denti e le unghie, non si acquisisce automaticamente solo dopo essersi rivelati per quel che si è.
    Venire allo scoperto molto spesso conviene , ma forse non a chiunque…

    Sono due posizioni estreme, il coming out ad ogni costo da una parte.
    E il vivere di bugie, apparenze forzate, ipocrisia traballante (che spreco di energie !) ma sopratutto… rinunce, occasioni mancate o perdute del tutto, che inesorabilmente si rivelano rimpianti.
    Per cosa ? In nome di un’ipotetica “croce” da portare sulle spalle.
    Con la credenza di un “gratificante” sacrificio: cioè, che chi soffre, in fondo si rivela migliore di chi sceglie di godersi la vita e di cercare la propria felicità. Anche in questo mondo.

    Questo mi pare un punto nevralgico su cui riflettere intorno ad un tavolo: quanto volersi bene, ancor prima di presentarsi al mondo in maniera calcolata e meditata o casuale o maldestra.
    Il senso del pudore, l’ostentazione di stereotipi e le pernacchie ai vescovi…sono poca cosa, in confronto.

  6. Aprire il vaso di Pandora, non lo chiamerei così il coming out, anche se trovo la riflessione di Pier molto bella. No, Certo, lo sappiamo che il rivelarsi non è una passeggiata, ma in che senso allora siamo cristiani? No, non mi riferisco alla croce ipotetica che dovremmo portare: dico, ci crediamo o no che Dio sarà comunque al nostro fianco? Sempre? In qualunque tragedia? A volte mi accorgo che credere in Dio, spesso non vuol dire avere fiducia in Lui. Altra cosa è aiutare la sua opera. Nè bisogna confondere i due piani. Significa che il coming out, secondo me, andrebbe fatto dopo un percorso di maturazione, di riflessione, di acquisito e conquistato amore verso noi stessi. So che per molti non è così, vengono scoperti, devastati, offesi. Allora, forse anche per loro dovremmo sentire il dovere di rivelarci. Perchè noi abbiamo avuto la fortuna di essere stati benedetti dalla possibilità di una scelta. Scelta di coraggio verso la verità. Ecco, ciò che si sente dopo non è solo il sollievo psicologico. Certo, si sente anche questo: liberazione, il senso della claustrofobia che si dilegua, sensazione di aria pura, di sorriso. Ciò che io ho sentito era che il regno della paura scompariva. Svaniva come nebbia al sole. Che entravo nel mondo degli adulti e del coraggio. Nessuno poteva più ricattarmi, offendermi, ferirmi. Avrebbe ricevuto da parte mia solo una bella e grassa risata. La verità vi farà liberi, questo ho sperimentato. Queste parole hanno attraversato la mia pelle. Un’esperienza che posso solo definire come formidabile e divina.

  7. Dici bene,Rosa, che credere in Dio non significa ,per alcuni di noi (e anche per me purtroppo) avere fiducia in Lui. Sto confessando in questo momento il mio peccato, quello che non puo’ essere perdonato,cioe’ il disperare nella Sua infinita misericordia. Prego per questa mia conversione,frutto di un lavoro interiore che non ho il coraggio ancora di iniziare. Il Signore sa come siamo ,con tutto il fardello delle nostre deficienze, eppure io -indubbiamente per superbia – non accetto la mia condizione di peccatore, di uomo fragile,dubbioso. Non parlo certo solo della mia condizione di omosessuale,ma della mia condizione umana che non accetto: il mio orgoglio,mal riposto per giunta, mi fa essere intransigente con me stesso ,quasi che io non debba essere debitore a Dio di nulla. Credo che per un Cristiano questa sia una follia alla stato puro,non ci sono altre definizioni. e se poi io sono anche omosessuale,peggio ancora…
    Credo che le persone come me siano i peggiori nemici di se stessi. In definitiva ,posso avere anche aver fatto il mio coming out,ma questo e’ servito forse agli altri e poco a me stesso,se non mi fa essere un Cristiano migliore,intendendo con questo un Cristiano che scommette tutto sull’amore,succeda quel che succeda. Anche io ,quando mi sono accettato (ma fino a che punto?) mi sono sentito liberato,certo. Ma questa mia liberta’ non poteva e non puo’ essere sinonimo di libertinaggio ,come ho tentato di fare,fallendo miseramente. Per usare una metafora non sono un ladro in grande stile,un Arsenio Lupin,ma un volgare”ladro di polli”. Non sono stato capace neppure di trasgredire “come si deve”,ma sempre con un piede di qua e uno di la’.
    Sono stato coraggioso perche’ mi sono dichisrato? Si ,forse. Ma e’sufficiente questo per un Cristiano omosessuale? Non credo proprio.
    Non so cosa dire ,se non trasmettere tutto il mio disagio,il mio malessere per non essere capace di amare. Si, forse nessuno me lo ha insegnato,ma e’ una attenuante questa? Non sono abbastanza adulto,sia anagraficamente,che spiritualmente, per capire che il Signore non e’ un ragioniere e non ha il libro delle entrate e delle uscite in mano.
    Peccatto,mi sara’ chiesto conto di questo,forse piu’ di tante altre trasgressioni che posso aver commesso e commetto nella mia vita. Il Peccato di Pietro non mi dicono nulla,il perdono del buon Ladrone cosa raccontano a questo cuore inaridito?
    non voglio turbarvi oltrre,mi fermo.
    Solo una precisazione per Rosa ,se me lo consente. Quando parlavo del Vaso di Pandora che si era rotto non mi riferivo al coming out,bensi a tutto questo movimento nella Chiese Cristiane di riscoprire il lato positivo della sessualita” umana,comprese tutte le forme,anche quelle che ancora noi stessi non riusciamo a metabolizzare completamente,perche’ ancora schiavi di pregiudizi, ancora paurosi,ancora timorosi. Me questa verita’ che fi fara’ liberi e’ arrivata duemila anni fa e io ancora la vado cercando….
    Cari saluti. Pier

  8. Ciao Pier,

    raramente ho sentito tanta purezza e sincerità in una lettera. Sono certa che Dio ha toccato il tuo cuore. Eh sì, per me il coming out è un atto di grande cristianità. Verso se stessi e verso gli altri. Grazie per averlo fatto. Per il resto, penso che Dio stia con i peccatori. Gli piace la nostra compagnia. Sarà che la trova meno noiosa. Che sollievo, che meraviglia saperlo.

    Un abbraccione

  9. Cara Rosa, mi rivolgo a tutti e ovviamente a te. Penso che il manifestare il proprio animo sia doveroso per un cristiano,non per sciocco esibizionismo,ma per uan crescita che si fa insieme.Forse nessuno di noi avra’ modo di conoscere l’altro,eppure ci sentiamo tutti uniti in un destino comune. Io credo che ,nonostante la mia poca fede nella misericordia di Dio, nostante tutte le mie debolezze,possa fare qualcsa per tutti i fratelli e le sorelle e possa mettere,possiamo mettere, a disposizione di tutti le nostre esperienze,che,pur essendo personali ci fanno sentire uniti. dici bene: Dio ci ama di piu’ perche’ forse siamo meno noiosi ed e’ un sollievo e una meraviglia saperlo.Molti benopensanti forse quando vedono i gay che “scheccano per strada” danno dei giudizi men che benevoli,invece io i diverto tanto,anche se non lo faccio,perche’ forse, questi fratelli si sentono veramente liberati e quindi possono fare quello che lo natura dice loro di fare. E,a aprte questo mi viene in mente una cosa: dico che il Signore non fa mai incontrare le persone per caso, poi noi cristiani ,ne sono convinto, ci dobbiamo distinguere,non perche’ certo siamo migliori, ma come dice Cristo, per l’amore vicendevole,non per altri segni distintivi,che agli occhi di Dio non contano nulla. I peccati ci sono e ci saranno,ma l’amore cancella tutto. Ricordo una frase de “I Promessi sposi” che il Manzoni mette in bocca a Lucia,quando chiede all’Innominato di liberarla,che Iddio perdone molte cose per un atti di misericordia….. e come e’ vero!
    Non e’ un caso,da quello che vedo, che questo articolo ,postato da Emanuele,al presente ha avuto varie risposte. Non credo perche’ siamo indifferenti alle altre tematiche che ci riguardano,ma perche ci toccano da vicino e nel nostro piu’ profondo. Cari ,fraterni saluti. Pier

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