Quale futuro per i gruppi di gay cristiani senza riflettere sul loro passato?

stradaRiflessioni di Gustavo Gnavi

Per pensare al futuro dei gruppi di gay cristiani occorre per forza dare uno sguardo al passato e fermarci un attimo al presente.
Prima di tutto però devo fare una premessa ossia precisare che quanto dirò si basa essenzialmente sulla mia lunga esperienza al “Davide e Gionata” (ndr gruppo di gay cristiani di Torino), in quanto da vari anni ho perso un po’ i contatti con le altre realtà di gay credenti, e su mie idee ed impressioni molto personali.
Detto questo credo sia necessario partire da quella che per me è sempre stata la difficoltà principale nel far nascere e portare avanti un gruppo di persone omosessuali e credenti.
Questa difficoltà sta soprattutto nel fatto che ognuno di noi vive in modo spesso molto diverso la propria condizione omosessuale e la propria fede.

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2 pensieri su “Quale futuro per i gruppi di gay cristiani senza riflettere sul loro passato?

  1. Caro Gustavo,

    sono d’accordo con te, pur avendo una esperienza infinatamente più breve nell’ambito dei gay credenti.
    Come forse hai letto in altre parti, ritengo che le potenzialità di noi credenti siano molto più grandi di quanto noi stessi possiamo credere… come sai basta fede come un granello di senapa per spostare le montagne :-).
    Mi chiedo, rispetto al tuo contributo, se i tre tipi di gruppi che elenchi non possano coesistere. In fondo una comunità è caratterizzata dall’impegno reciproco (primo tipo di gruppo), da una cultura comune che si elabora insieme (secondo tipo di gruppo) e da un progetto comune (terzo tipo di gruppo).

    Forse si può pensare ad una evoluzione? Alla possibilità di passare da una categoria all’atra quando la consapevolezza e la forza dei membri cresce?

    In altri contesti si direbbe che è una questione di pastorale, ma con i tempi che corrono tutti siamo pastori del nostro prossimo ….

    Stefano

  2. Trovo interesanti le riflessioni di Gustavo Gnavi, e ho voglia di aggiungere un paio di conseguenti riflessioni:
    “Dobbiamo finirla di auto-emarginarci, di auto-considerarci fuori posto, di auto-flagellarci” …
    cioè l’omofobia interiorizzata.
    L’omofobia eventualmente assimilata insieme ai tanti valori e non-valori della societá in cui si è cresciuti/e. Questa – se c’é – andrebbe analizzata e buttata via per sempre tra le cose che fanno male, come le sigarette o il troppo grasso nei cibi: è veleno, praticamente.
    E poi mi soffermo sulla frase finale:
    “Tutto ciò ha però una logica conseguenza: l’uscire allo scoperto…tale passo sarà abbastanza semplice e ci darà maggior sicurezza e serenità”.
    Ed é salutare. Ho sempre pensato che non è necessario esibire chi si è, ma è necessario non rinnegarlo, non nasconderlo, non camuffarlo. Quindi non esibirlo ma mostrarlo con semplicità, esserlo.
    Ed è vero che è semplice e che una volta fatto il passo si diventa più forti, perché la forza viene anche dalla coerenza con se stessi.
    Angela Siciliano

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