Quando la politica invoca Dio

Immagine attivaRifessioni* di Gustavo Zagrebelsky tratte da “La Repubblica ” del 30 maggio 2008

La politica italiana “oggi cerca manifestamente l’appoggio della religione e la religione l’appoggio della politica. D’altro canto, si può comprendere che l’autorità politica abbia interesse ad assicurarsi l’appoggio della religione. E si comprende ch’essa, per raggiungere lo scopo, sia disposta a concederle i più larghi privilegi, simbolici e materiali. In tal modo, però, sarà lo Stato a “penetrare” nella religione e la Chiesa, accarezzata nei suoi bisogni materiali e blandita nel suo desiderio di onori e ricchezze, perderà la sua libertà. Così come la perderà lo Stato, in cambio dell’appoggio della Chiesa. Il clericalismo ateo è la forma odierna di questa duplice corruzione, alla quale concorre il tangibile interesse tanto della parte ecclesiastica quanto di quella civile. Ma allora cosa rimane oggi del messaggio cristiano nell’epoca della post-secolarizzazione?”.

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Un pensiero su “Quando la politica invoca Dio

  1. Preghiera a Dio
    Non è più dunque agli uomini che mi rivolgo; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi, di tutti i tempi:
    se è lecito che delle deboli creature, perse nell’immensità e impercettibili al resto dell’universo, osino domandare qualche cosa a te, che tutto hai donato,
    a te, i cui decreti sono e immutabili e eterni, degnati di guardare con misericordia gli errori che derivano dalla nostra natura.
    Fa’ sì che questi errori non generino la nostra sventura.
    Tu non ci hai donato un cuore per odiarci l’un l’altro, né delle mani per sgozzarci a vicenda;
    fa’ che noi ci aiutiamo vicendevolmente a sopportare il fardello di una vita penosa e passeggera. Fa’ sì che le piccole differenze tra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi,
    tra tutte le nostre lingue inadeguate, tra tutte le nostre usanze ridicole,
    tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre opinioni insensate,
    tra tutte le nostre convinzioni così diseguali ai nostri occhi e così uguali davanti a te,
    insomma che tutte queste piccole sfumature che distinguono gli atomi chiamati “uomini” non siano altrettanti segnali di odio e di persecuzione.
    Fa’ in modo che coloro che accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si accontentano della luce del tuo sole;
    che coloro che coprono i loro abiti di una tela bianca per dire che bisogna amarti, non detestino coloro che dicono la stessa cosa sotto un mantello di lana nera;
    che sia uguale adorarti in un gergo nato da una lingua morta o in uno più nuovo.
    Fa’ che coloro il cui abito è tinto in rosso o in violetto, che dominano su una piccola parte di un piccolo mucchio di fango di questo mondo,
    e che posseggono qualche frammento arrotondato di un certo metallo, gioiscano senza inorgoglirsi di ciò che essi chiamano “grandezza” e “ricchezza”,
    e che gli altri li guardino senza invidia: perché tu sai che in queste cose vane non c’è nulla da invidiare, niente di cui inorgoglirsi.
    Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli!
    Abbiano in orrore la tirannia esercitata sulle anime,
    come odiano il brigantaggio che strappa con la forza il frutto del lavoro e dell’attività pacifica!
    Se sono inevitabili i flagelli della guerra, non odiamoci, non laceriamoci gli uni con gli altri nei periodi di pace,
    ed impieghiamo il breve istante della nostra esistenza per benedire insieme in mille lingue diverse,
    dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato questo istante.
    Il trattato sulla tolleranza è una delle più famose opere di François Marie Arouet, noto al mondo come Voltaire. Pubblicata in Francia nel 1763 costituisce testo fondamentale della riflessione sulla libertà di credo, sul rispetto delle opinioni e di molte di quelle caratteristiche con cui oggi identifichiamo una società come civile.

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