Sono lesbica. Che faccio, lo dico o non lo dico?

Riflessioni di Kali Munro, psicoterapeuta, pubblicato su Siren del 1999, liberamente tradotte da Annibale Cois

Dichiarare apertamente la propria omosessualità è spesso considerato qualcosa che non solo è salutare, ma anche un dovere politico.
Ma è realistico affermare che dobbiamo dichiararci sempre e dappertutto?

 

I diversi fattori coinvolti

La nostra capacità di essere visibili come omosessuali dipende da come ci sentiamo, da come prevediamo saranno gli esiti del nostro coming out, e da quanto importante è questo momento.
Voglio dire, per essere chiari, dobbiamo veramente correggere ogni commesso che da per scontato che la nostra fidanzata è nostra sorella, madre, o “solo” un amica? Io non lo so.
Ma è stato importante per me chiedere i benefici matrimoniali per le compagne del mio stesso sesso in ogni posto dove ho lavorato.
Non tutti i posti di lavoro e non tutte le famiglie sono uguali, tuttavia, e alcune situazioni presentano rischi maggiori di altre.
Chiunque affermi che bisogna venire allo scoperto sempre e dappertutto o non capisce i rischi che ciò comporta, oppure non è mai stato molestato, rinnegato, segregato per lungo tempo, non ha mai preso il proprio lavoro, o ha avuto la propria vita in pericolo.

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5 risposte a Sono lesbica. Che faccio, lo dico o non lo dico?

  1. Non ho mai sentito l’esigenza di dire a tutti quali sono le mie preferenze sessuali, ritenendo la mia sessualità fatto esclusivamente personale (così come tante altre cose sono mie prerogative da condividere solo con pochi intimi). Ne per questo mi sono mai sentito represso, falso agli occhi degli altri o cose simili. Le mie storie d’amore con maschi e femmine le ho sempre gestite con discrezione, ma non per paura degli altri, ma per un pudore naturale (forse dovuto all’epoca in cui sono nato, in cui venivano tagliate le scene dei baci nei film!!!) che mi facevano amare l’altro senza mettermi sotto i riflettori (in Calabria un bacio alla mia ragazza su una panchina ha fatto infuriare un signore con relativo bastone…). Ritengo che gli altri non debbano essere costretti a subire le mie dimostrazioni d’affetto quale che sia il sesso del mio partner del momento.

  2. Concordo sul contegno sulle manifestazioni pubbliche d’affetto, quello che in America chiamano PDA, ma nel caso delle persone omosessuali, in funzione del contesto, ci può essere paura di esporsi all’omofobia. Quindi, chiediti se la tua è una scelta davvero libera o se è condizionata da paure.

  3. Di omofobia ho cominciato a sentirne parlare relativamente di recente, quando ero adolescente se uscivo con un amichetto del cuore al massimo mi son sentito chiamare “finocchio” ma senza nessuna cattiveria, e appena mi vedevano in giro con una ragazza tutto tornava a posto (evidentemente confondevo un po’ le ideee…). Non mi è mai capitato nulla che mi inducesse ad aver paura in relazione alla mia sessualità, però capisco che mettersi esageratamente in mostra possa attirare qualche problema (ma questo vale anche per quanto riguarda il contesto religioso, le idee politiche o semplicemente andare in giro con la bandiera della Lazio a Roma).

  4. Di solito chi ha problemi con la propria persona e gli manca un equilibrio emotivo e psicologico, se la prende sempre con gli altri visti come nemici (forse perché risvegliano paure interne di essere come loro), e quindi l’invito a curarsi è una sorta di rassicurazione (io sto bene, sono glia alltri ad avere problemi…).

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