Le parole che non vi ho detto…
Testimonianza di Innocenzo
“Ho ormai 35 anni, ma sino ai trenta ho vissuto in un piccolo paesino del sud … Non c’è niente di peggio che scoprire che forse sei gay al 200%, ma non hai nessuno a cui puoi raccontarlo. Troppo spaventato per parlarne agli amici e a chi che sia. Decisi che era troppo così, appena ebbi il mio primo stipendiuccio, comprai un cellulare e decisi che era venuto il momento di entrare in contatto con altri omosessuali. Avevo voglia di conoscere altre persone con cui parlare, confrontarmi e capire se erano come me e io come loro”.
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Leggendo questa storia, un solo commento mi sento di fare: alla fine Innocenzo ha fatto bene a trovare il coraggio e ad aprire quella porta (della stanza dove si riuniscono gli altri gruppi di omosessuali), certo non è facile.
Non mi stancherò mai di dire che nessuno ha il diritto di puntre il dito e di giudicare, TANTO MENO! ritenere l’omosessualità una malattia o un disordine, come invece fanno ancora tanti prelati (purtroppo!) i quali spero che un giorno apriranno di più la loro mente.
Carissimo Innocenzo, credo che tu abbia ancora tante cose da dire e non puoi cavartela con questa prima grande introduzione.
Da quello che ho visto e letto in quest’ultimo anno,molto per merito tuo, esprimi l’esigenza di uscire ,anche a costo di una ulteriore solitudine,allo scoperto. Con chiunque ,all’inizio, per provare se stessi;con un punto di riferimento preciso, poi ,per provare ‘gli altri’.
La solitudine che ci attanaglia tutti è molto più nera se non si sa di chi ci si può fidare e come trovare un vero amico e non un rapporto occasionale.
Credo che prima di tutto la chiesa , ogni chiesa-luogo di incontro così ancora centro di potere di ogni piccolo e grande paese,deve essere pronta e aperta all’accoglienza.
Continuo a pensare che anche i gruppi più aperti rischiano di essere autoreferenziali e di chiudersi poi poco per volta come in un comodo bozzolo con invisibili spine intorno.L’altro problema è la famiglia d’origine:non credo che si possa passare una spugna su un
rapporto emotivamente così coinvolgente come quel poco che ancora rimane della famiglia italiana.Forse ne dovremo parlare ancora e credo che non sarà facile per nessuno.Un grande abbraccio Erica
Anche per me, nei primi tempi, i libri sono stati un rifugio: La Woolf, Forster e “Maurice”. Mi ha colpito molto quello che hai scritto perché mi ci sono trovata dentro anch’io…
Silvia