Benedire un matrimonio omosessuale? Una questione che divide le chiese
9 Gennaio, 2008 di gionata
Riflessioni di Paolo Ricca, teologo valdese tratta da voceevangelica.ch
Un amore omosessuale non di rado dà vita ad “unioni durature (talvolta persino più durature delle unioni eterosessuali, diventate molto fragili). È anche normale che una coppia omosessuale, in cui uno o entrambi i partner siano credenti, possa desiderare di veder ratificata la sua unione religiosamente, in analogia a quel che accade alle coppie eterosessuali. Ci sono però altri modi, non difficili da trovare, per esprimere alle coppie omosessuali nella comunità cristiana per invocare con loro in preghiera l’accompagnamento di Dio?”




credo che questo teologo valdese dica cose non rivoluzionarie ma di molto buon senso e in direzione di quella che è una esegesi non ideologizzata della bibbia.
indubbiamente la parola “matrimonio” richiama ad una unione tra uomo e donna. ma comunque per lo stato è un contratto e non tutte le chiese cristiane lo ritengono un sacramento. ragion per cui nulla è ostativo alla benedizione, anche in liturgie differenti, delle coppie dello stesso sesso.
forse se la curia vaticana andasse alle cose essenziali e non facesse lotte di potere, lo potrebbe capire anche lei.
come al solito i valdesi ci danno dei punti sull’esegesi biblica e sulla non discriminazione
Solita storia… NO ai matrimoni gay. Con le solite patetiche “giustificazioni” riguardanti la “necessità” di “distinguere” e blablabla. Francamente se lo poteva risparmiare. Credevo che nella Chiesa valdese si respirasse un’aria molto più liberale. Evidentemente mi sbagliavo.
Non condivido la posizione del teologo. Anzi, la ritengo offensiva nei mei confronti. Dico questo sia in quanto cristiano sia in quanto uomo sia in quanto omosessuale. Addio.
mah sarà che marco da milano si aspettava un’aria piu liberale e forse, come anche me, che non conosce molto bene la chiesa valdese.
delle coppie gay non mi sembra davvero poco… senza considerare che nel mondo protestante e valdese il prof. Ricca non mi pare sia il papa… anche perche loro (per fortuna) non ce l’hanno il papa e le decisioni le prende il sinodo cioè una assemblea democraticamente eletta composta da pastori e laici. la posizione di ricca è una delle tante, seppur autorievole, un mio amico pastore toscano ne ha una ancora più progressista che vede favorevolmente il matrimonio identico agli omosessuali. ma anche se alle coppie gay la chiesa valdese potesse dare “solo” una benedizione senza liturgia matrimoniale a me sembrerebbe sempre una rivoluzione.
ad ogni modo credo che pur tra mille limiti la posizione della chiesa valdese abbia una apertura e un respiro che quasi nessun’altra chiesa nel nostro paese e forse nel mondo hanno. le novità sono dure da digerire subito e tra l’altro le chiese protestanti italiane, dal poco che ne so, sono formate da persone anche di una certà età… provi marco da milano a indicarmi dove nel mondo della gerarchia cattolica trova una lettera di questo tipo e poi ne discutiamo… forse non sempre si ha il senso della realtà e si vuole tutto e subito. trovare chiese cristiane che non discriminano i gay e che anzi discutono sulla benedizione (magari non si chiamerà proprio matrimonio ma chi se ne frega…
Alberto85… rispondo subito. Non penso che sia giusta la distinzione che lei fa tra il “non discriminare” i gay e il non celebrare matrimoni gay”: difatti, privare i gay del matrimonio è di per se stesso discriminare. Chi nega il matrimonio ai gay li discrimina. Trattare i gay in quanto persone indegne di sposare la persona amata è sminuire queste persone, nonchè l’amore che provano e le relazioni che instaurano, quindi farle oggetto di ingiustizia (e pubblica umiliazione di fronte a tutti: parenti, amici, colleghi, conoscenti ed estranei). Una Chiesa, o uno Stato, che non discrimina i gay permette loro di sposare la persona amata… proprio come può fare qualsiasi altro fedele, o qualsiasi altra persona su questa Terra.
Come seconda cosa, vorrei ricordare che almeno in questo caso volere tutto e subito non è una bestemmia, anzi: qui si tratta di cose che a noi omosessuali spettano. Non sono surplus o capricci. L’essere considerati e trattati allo stesso livello di ogni altra persona è un qualcosa che già dovrebbe esserci. Piuttosto che ritenere in qualche modo in difetto chi vuole la fine il più immediata possibile della discriminazione, della umiliazione, dei gay io ritengo in difetto chi (magari in perfetta buona fede per carità) desidera mantanerla… del tutto o in parte. E’ vero che, almeno in Italia, la Chiesa valdese è una delle Chiese più avanzate in questo campo… Io apprezzo molto questo fatto, davvero…. Ma mi consola ben poco… la posizione pro-discriminazione rimane (almeno, non mi risulta che la Chiesa valdese al momento voglia unire o unisca in matrimonio coppie dello stesso sesso). E non mi risulta affatto cosa di poco conto. Il matrimonio non è un qualcosa di poco conto. Il ritenere i gay persone allo stesso livello di tutte le altre, quindi da trattare in quanto tali, o persone non allo stesso livello di tutte le altre, quindi da privare della possibilità di sposarsi, non è roba di poco conto. La posizione di chi all’interno della Chiesa valdese è contro il permettere ai gay di unirsi in matrimonio come tutti gli altri non è in alcun modo giustificata dal comportamento magari peggiore di altre Chiese in materia di omosessualità.
Come terza cosa, vorrei specificare che a me interessa il matrimonio vero e proprio e non solo a qualche benedizione alternativa… i gay non sono persone degne al massimo di scimmiottare il resto della collettività: sono persone allo stesso livello di tutti gli altri. Quindi non condivido frasi come “magari non si chiamerà proprio matrimonio ma chi se ne frega”. Eh no. Me ne frega eccome. Matrimonio per modo di dire no. Intendiamoci… favorevolissimo a benedizioni alternative per chi, gay o etero che sia, desidera un qualcosa di extra-matrimoniale. Non credo sia affatto umano, civile, cristiano voler limitare i gay in “altro”. I gay non sono “altro” rispetto al resto della società, al resto dei fedeli: sono persone, fedeli, allo stesso livello di qualsiasi altra persona, fedele. Ergo devono essere considerati e trattati in quanto tali.
Sull’ultima cosa che lei scrive, sento di concordare… almeno in parte: se la Chiesa valdese si mettesse a creare una benedizione per le coppie di conviventi eterosessuali e gay che desiderano unirsi in un vincolo extra-matrimoniale sarebbe già un bel passo avanti. Che accoglierei con gioia.
Forse Marco da Milano dovrebbe sapere che per le chiese protestanti, al contrario di quella cattolica, il matrimonio non è mai un sacramento ma solo la benedizione collettiva, davanti a una comunità cristiana, del matrimonio civile, quindi di un contratto civile. E la chiesa valdese, che è una chiesa di stampo calvinista, non sfugge a questa logica. Il matrimonio, in effetti, è una cosa umana, non è stato istituito da Cristo.
Mancando, purtroppo, un contratto civile (matrimonio o pacs per la chiesa valdese credo conti poco) è difficile andare verso una benedizione matrimoniale classica nelle liturgie tipiche di queste chiese. Può anche essere che qualcuno nella chiesa valdese sia anche piu conservatore, viva la libertà, però ne discutono. Si avesse questa libertà nella chiesa cattolica!
Se, in attesa del riconoscimento dello Stato, la chiesa valdese decidesse però di istituire delle benedizioni particolari, anche se non pienamente matrimoniali, sarebbe un impulso forte per tutti e un atto di amore verso i fratelli omosessuali.
ha pienamente ragione alkaroste, non è certo colpa della chiesa valdese se lo stato italiano è cosi indietro. sono convinto che se ci fosse il matrimonio civile tra gay anche la chiesa valdese li celebrerebbe. ma se per loro non è un sacramento ma solo la benedizione di un contratto civile perche fargliene una colpa? anzi secondo me è una impostazione giusta. ma non compete a una chiesa chiedere il matrimonio civile…
cmq mi sembra interessante l’intervista di Andrea Panerini a Maria Bonafede, moderatora della tavola valdese di qualche mese fa … parla anche delle coppie gay…
il link è questo
http://www.gionata.org/chiese-e-omosessualit-/approfondimenti/le-nostre-chiese-saranno-sempre-aperte-per-gli-omoses.html
Per alkaroste e Alberto85…
Sacramento o no, io penso che la Chiesa valdese dovrebbe lo stesso organizzarsi per celebrare matrimoni tra persone dello stesso sesso. Questi matrimoni avrebbero valenza puramente religiosa, non civile… ma cmq sarebbero la testimonianza vera e concreta che la Chiesa valdese considera e tratta i gay da persone allo stesso livello di qualsiasi altra persona. Un vero e proprio atto di accoglienza piena vero le persone omosessuali, che di fatto già ora costituiscono nuclei familiari degni di essere cristianamente celebrati e riconosciuti (nonostante lo Stato ancora non lo faccia).
Vedete… pure io riterrei già un bel passo avanti se si venisse a creare una benedizione per le coppie conviventi, ma non riesco ad accettare che l’arretratezza dello Stato italiano possa in qualche modo servire a vari esponenti religiosi come “scusa” per continuare a discriminare i fedeli omosessuali.
Questione di opinioni. La mia è questa qua.
Che voi sappiate… c’è un documento ufficiale della Chiesa valdese in cui essa si pronuncia in favore dell’apertura del matrimonio ai gay e dice che nel caso in cui il matrimonio civile fosse aperto ai gay celebrerebbe nozze omosex?
Se sì… mi farebbe immensamente piacere. Lo dico da cristiano e da gay.
Ciao sono il ragazzo di Marco.
Pure io penso che i valdesi dovrebbero celebrare matrimoni (veri) tra gay, anche adesso che lo stato non lo permette. Perchè le coppie gay ne sono degne allo stesso modo delle coppie uomo-donna che allo stato attuale delle cose possono unirsi in matrimonio civile.
La benedizione x conviventi sarebbe benvenuta non basterebbe. I gay meritano il matrimonio vero.
Da ora. Non tra duemila anni quando il parlamento si sveglierà.
Al di là delle riflessioni sulla tradizione della “Benedizione nuziale” - validamente analizzata dal Past. Paolo Ricca - la domanda che dovremmo porci, noi Chiese, è: come possiamo servire al meglio i nostri fedeli secondo le esigenze del secolo in cui viviamo, senza ovviamente andare contro gli insegnamenti biblici?
Una prima risposta può essere delineata dalla prassi iniziata in molte Provincie della Chiesa Anglicana (in particolar modo le + progressiste del Canada e degli Stati Uniti), dove si sono iniziati a celebrare riti di benedizioni di coppie dello stesso sesso in Chiesa.
Tali riti sono - e qui sono costretto ad entrare nei tecnicismi - “benedizioni effusive” e non “benedizioni costitutive”, sono più simili cioè alla benedizione che impartisce il sacerdote alla fine della Messa piuttosto che un rito di benedizione sacramentale.
Questo “escamotage” di teologia liturgica ha permesso - salvando le “capre” della tradizione Sacramentale del Matrimonio e i “cavoli” della necessità di rispondere in maniera efficacie ad una legittima richiesta di molti fedeli - di riuscire a costituire questo rito di benedizione per le coppie dello stesso sesso.
Rispondendo in questa maniera alla richiesta che anche gli omosessuali (come tutti d’altronde) pongono alle Chiese: ma Dio ci ama per quelli che siamo? E la risposta che le Chiese devono dare non deve e non può essere solo un “sì” astratto, ma deve poi declinarsi con strumenti ecclesiali (tipo queste benedizioni) dove l’amore di Dio possa rendersi “tangibile” per loro, come d’altronde lo è per tutti.
A Marco e Francesco di Milano. Avrei solo una domanda da farvi: perchè volete il matrimonio? Ovvero: che significato ha questo per voi? Ve lo chiedo, perchè da quando nella nostra chiesa è iniziata questa discussione mi sono molto avvicinato alla posizione di quanti si interrogano sul senso della celebrazione di matrimoni con valore civile in chiesa. Anche l’idea di benedizione di un matimonio, soprattutto alla luce di quanto faceva notare Paolo Ricca (cioè la mancanza dell’unico vero elemento biblico, cioè laprocrazione), mi sembra essere diventata problematica. In una parola: dobbiamo proprio ripensare la cosa da capo. Personalmente concordo pienamente con l’idea di trattare sullo stesso piano ogni benedizione di un’unione d’amore, ma vorrei capire bene quale sia il significato di questo gesto e in che quadro teologico lo inseriamo. Sono d’accordo, è ho difeso questa posizione anche in sinodo, che il vincolo che ci siamo posti tempo fa con l’aspetto civile del matrimonio debba essere quanto meno ripensato: se lo stato è prigioniero del vaticano, non vedo perchè dobbiamo esserlo anche noi.
io credo che bisogna essere ragionevoli. anche io credo che nella chiesa valdese vadano benedette le coppie gay in pienezza e che forse il rapporto tra matrimonio civile e chiese vada rivisto però come dice la pastora Bonafede nella bella intervista di Andrea Panerini che alberto85 ci ha segnalato, la chiesa valdese si è impegnata con lo stato a non contrarre matrimoni di coscienza. è una questione che non investe quindi solo le coppie gay. ci vuole un ripensamento generale e cari amici milanesi questo richiede sempre tempo e pazienza, comunque non tremila anni. bisogna anche, credo, che la chiesa valdese si senta compresa e supportata invece anche io vedo che nei media gay ogni occasione è buona per scagliarsi, anche giustamente, contro la chiesa cattolica romana ma non vengono minimamente riportate le cose buone che altre chiese cristiane fanno, in primis quella valdese e nemmeno si sollecitano queste chiese quando sono reticenti (sempre comunità umane sono, ci mancherebbe). l’unico portale è proprio gionata.org che mi si dice anche mal tollerato da certo entourage gay.
la chiesa valdese è una chiesa cristiana non gli si può chiedere di sposare i gay solo per motivi di lobbing e per mettere alle corde il vaticano. la mia impressione è che coloro che tanto spingono anche su questo blog per il tutto e subito alla fine guardino solo all’aspetto politico e non a quello profondamente cristiano a cui spero si arriverà presto ma che prescinde dalla politica. una chiesa cristiana non è un partito politico, per fortuna anche visto l’efficacia di certi nostri presunti rappresentanti (grillini, luxuria ecc ecc) nelle azioni politiche. e poi è proprio un bel discorso dire: si voi valdesi sposateci ma io me ne frego di tutto il resto che fate. da omosessuale dico che questo sarebbe un atto di vera e propria arroganza da parte nostra. i valdesi non sono certo infallibili e possono benissimo essere criticati e sono il primo, però il confronto con altre chiese mi pare ovvio e scontato e poi io che valdese non sono mai mi permetterei di mancargli di rispetto anche perche mi risulta che loro non ingeriscono con la vita dello stato italiano.
Io mi trovo nelle posizioni di Marco e Francesco di Milano, nella mia coppia. Però non me la sento di avanzare delle pretese, nei confronti di qualunque chiesa. Almeno le comunità valdesi, ma anche metodiste e battiste, hanno fatto in questi anni ed in modo particolare quest’ultimo, un percorso di riflessione sull’omosessualità e sulla benedizione delle coppie, e ne hanno discusso assieme in “sinodo”, arrivando ad un risultato che a molti di noi delude, ma almeno è un risultato molto più “dal basso” rispetto a certi pronunciamenti “dall’alto” che tristemente conosciamo.
Vorrei però entrare nel merito di quel che dice Paolo Ricca, perché proprio la qualità della “procreazione”, se da una parte toglie alle coppie omosessuali il diritto di richiamarsi ad un matrimonio “benedetto da Dio” ex Genesi 1, toglie lo stesso diritto anche alle coppie eterosessuali sterili. La sterilità è un argomento problematico nella stessa bibbia, poiché Dio interviene in modo significativo - e di questo ci viene lasciata testimonianza nei libri biblici - proprio nelle situazioni in cui la coppia è sterile (Abramo, Anna, Noemi, Elisabetta, ecc.). Non mi pare che richiamarsi alla sterilità per rifiutare il riconoscimento alle coppie lesbiche e gay sia una strada percorribile, almeno dal punto di vista biblico.
Mi sento però di dire questo sul “crescete e moltiplicatevi”: la procreazione è sicuramente da considerarsi da parte nostra una benedizione, cioè siamo noi uomini che ci sentiamo benedetti da Dio difronte alla nascita di un bambino. Questo lo possiamo ammettere tutti, anche noi omosessuali. Ma il dire che questa è una benedizione (una delle più grandi) non è lo stesso di dire che è l’unica benedizione di Dio, e che solo questa benedizione valida il matrimonio. Oggi in teologia si crede, infatti, che la relazione uomo-donna, che anche noi omosessuali viviamo nella nostra pienezza in una relazione uomo-uomo o donna-donna, sia valida di per sé, a prescindere dalla procreazione.
La benedizione di una coppia é un atto che ha significati diversi a seconda della confessione in cui si svolge.
Nelle chiese riformate, dove il sacramento del matrimonio non esiste, la benedizione di una coppia omosessuale equivale al riconoscimento formale e pubblico, da parte della congregazione di appartenenza di un dato di fatto. Non a caso, le prime chiese che hanno adottato al loro interno la prassi di benedire le coppie omosessuali, sono le chiese riformate dei paesi dove le unioni omosessuali avevano ricevuto un riconoscimento. Da questo punto di vista ricordo un documento esemplare della chiesa luterana di Danimarca che, una quindicina di anni fa, introduceva la benedizione delle coppie omosessuali nelle contee in cui queste erano riconosciute dalla legge.
Nella chiese che invece hanno il sacramento del matrimonio, come la chiesa cattolica, la benedizione non coincide con il riconoscimento formale e pubblico di una situazione di fatto (che spetta appunto al matrimonio religioso), ma va letta come una delle tante forme di richiamo della presenza del divino nella nostra quotidianità. Per questo motivo una chiesa che benedice di tutto, dai trattori, ai cavalli, dalle acque di un lago, alle macchine, quando si rifiuta di benedire due persone che privatamente (perché, al contrario del matrimonio, nella chiesa cattolica, la benedizione non coinvolge l’azione sacramentale della chiesa), lo fa in nome della più bieca omofobia.
Concludendo. Benedizione delle coppie omosessuali? Nella chiesa cattolica e nelle chiese ortodosse non deve essere nemmeno messa in discussione (questo almeno in teoria, perchè in pratica, poi vedete come le cose vanno per altre strade, purtroppo). Nelle chiese riformate dovrebbe dipendere dal grado di riconoscimento pubblico della coppia omosessuale: nessun problema là dove è riconosciuta; problematica nei paesi, come il nostro, in cui non è riconosciuta completamente.
So benissimo che la mia è una posizione molto particolare, ma nasce da una certa conoscenza che ho sia del diritto canonico cattolico che della prassi pastorale protestante.
Gianni Geraci
Buon giorno a tutti. credo di essere la + giovane ke scrive un commento. io ho una mia idea. gli omosessuali sn persone. punto. xkè non benedire il loro matrimonio? io non capisco veramente che cosa ci sia di strano! questo è il parere di una giovane studentessa!! baci…
nel lontano ‘74 anche io non ho avuto la benedizione in Chiesa perchè sono valdese e mio marito cattolico e senza cresima.Questo ci ha portato per molti anni a vedere la Chiesa solo in funzione di una generica e aggregante funzione religiosa per i nostri figli(cattolici).Naturalmente con un nostro senso di estraneità…Non mi sembra che ci sia una presa di posizione altrettanto bellicosa contro uno stato che continua a glissare e a non prendere posizione su un matrimonio laico che darebbe finalmente tutti i diritti civili agli omosessuali.Da un matrimonio sancito dallo Stato ad una benedizione, almeno valdese se uno dei due contraenti è membro di Chiesa, il passo è brevissimo.Ogni cosa deve seguire dei tempi e delle lotte e forse questo momento non è proprio baciato dalla fortuna…Non sono omosessuale come non lo è Paolo Ricca ma non credo proprio che non ci si possa mettere nei panni di chi lo è.I sentimenti di amore sono uguali in tutti e anche le richieste d’amore. Per la procreazione mi sembra che si taccia anche troppo la condizione di tante donne (africane) che vengono cacciate di casa se non dimostrano la loro capacità di procreare e anche questo è storia.
Risposta a Eric
Vogliamo il matrimonio VERO, non uno scimmiottamento, perché vogliamo essere considerati e trattati da persone allo stesso livello di qualsiasi altra persona. Non da persone degne al massimo di scimmiottare chi si può sposare e si sposa. Tutte le scusette di chi si oppone all’allargamento del matrimonio alle coppie dello stesso sesso sono appunto scusette, non reali motivi. La tiritera della procreazione è una di queste. Ora… non sono un esperto di Chiesa valdese quindi parto da quello che fa lo Stato: lo Stato non richiede alle coppie che si uniscono in matrimonio volontà e capacità, almeno a livello presumibile, ad avere figli… tant’è che si possono tranquillamente unire in matrimonio anche donne in menopausa, anziani, ultracentenari decrepiti, persone in imminente pericolo di vita (per le quali viene addirittura previsto un iter sbrigativo visto l’alto rischio che uno dei due sposi, o entrambi gli sposi, muoiano addirittura prima del “sì”), ma anche coppie giovani che a far figli non ci pensano nemmeno e anzi spesso per motivi di carriera o anche solo economici usano ogni mezzo (dal preservativo alla pillola contraccettiva alla pillola del giorno dopo se non anche all’aborto) pur di non averne. A quanto mi risulta nemmeno la Chiesa valdese richiede alle coppie che desiderano una celebrazione religiosa del loro matrimonio volontà&capacità a figliare. Se poi contiamo anche il fatto che alle coppie dello stesso sesso andrebbe permesso adottare e accedere alle tecniche di fecondazione artificiale… il quadro della situazione è ancor più palese.
Gianfranco…
No, la questione non si può risolvere con un escamotage. Ci vuole il Matrimonio vero.
Antonio messina…
Io non la vedo in quel modo. Io sto semplicemente parlando del fatto che trovo scandaloso, e ripugnante, che tutt’ora nel 2007 in Italia né lo Stato né le varie Chiese esistenti in Italia abbiano preso atto che le persone omosessuali, e fedeli omosessuali, sono persone allo stesso livello di qualsiasi altra persona e che quindi sono degni del matrimonio come qualsiasi altra persona.
Concordo invece con Mauro NeB… anche se specifico che la mia è una pretesa sacrosanta, e che non vuol dire disconoscere che la Chiesa valdese sia molto ma molto meglio della Chiesa cattolica vaticana.
Gianni Geraci… io rivedrei proprio questo punto: una situazione che, di fatto, esiste e a cui è ingiustamente negato riconoscimento matrimoniale da parte dello Stato merita lo stesso di essere cristianamente benedetta in quanto vero e proprio Matrimonio.
Salve a tutti,
sono Andrea Panerini, valdese, coordinatore della REFO di Firenze e collaboratore di Gionata.org fin dai primi passi. Sono stato sollecitare ad intervenire in questa discussione e ben volentieri lo faccio anche perchè mi sembra che si sia sviluppato un confronto chiaro, rispettoso e anche di un certo livello anche se - devo rilevare - spesso denota una certa mancanza di conoscenza del mondo valdese e protestante italiano, mancanza sicuramente giustificabile vista la cappa di soffocamento (anche fisica e legale) in cui la chiesa cattolica ha tenuto tutte le altre chiese cristiane e le altre religioni in Italia dal medioevo in poi. La stessa presenza oggi in Italia della chiesa valdese è un miracolo del Signore, una chiesa sfuggita a secoli di devastazioni, genocidi e persecuzioni e almeno tre volte nella sua storia sul punto di perire totalmente.
Arrivando al merito della questione devo dire che pur stimando tantissimo il prof. Ricca la sua dissertazione sulla procreazione non mi ha pienamente convinto, proprio per il fatto che non è un requisito essenziale per la celebrazione dei matrimoni in chiesa valdese. Allo stesso modo però devo rilevare che Ricca ha pienamente ragione quando afferma che la tradizione biblica si incanala sulla dicotomia matrimoniale uomo-donna. Dico la tradizione perchè è evidente che se le chiese riformate non considerano il matrimonio un sacramento un motivo pur ci sarà. E questo è riconducibile al fatto che il matrimonio è una cosa terrena non istituita da Dio. Cristo ha trovato una tradizione consolidata e ha cercato di rafforzarla cercando di tutelare soprattutto la parte più debole (le donne ripudiate così facilmente). Il matrimonio è quindi un fatto che riguarda soprattutto la società civile e quindi lo Stato. Se lo Stato italiano non legifera riconoscendo i sacrosanti diritti delle coppie gay, che colpa ne ha la chiesa valdese? Aggiungo che la tesi del prof. Ricca è a titolo personale e non certo un atto del Sinodo o della Tavola. Non è facile sradicare secoli di approccio protestante a questo tema e devo anche sottolineare che anche etimologicamente la stessa parola matrimonio riconduce a una unione tra uomo e donna. Ma se il matrimonio per le chiese riformate altro non è che una benedizione pubblica che la comunità richiede sui due componenti della coppia che senso ha intestardirsi sul volere parlare per forza di “matrimonio”? L’assemblea Battista e il Sinodo Valdo-Metodista nel 2000 incaricarono una commissione teologico-pastorale (Gruppo di lavoro sull’omosessualità - GLOM) di approfondire il tema. La relazione conclusiva non parla di matrimonio ma approva esplicitamente la possibilità di benedire le unioni gay. Che differenza fa se questa benedizione sarà chiamata “matrimonio” o in un altro modo se la sostanza - cioè la richiesta pubblica della comunità di una benedizione del Signore sulla coppia - è la stessa? Anche a livello liturgico che differenza fa se si segue lo stessa liturgia del matrimonio convenzionale o un’altro schema? Numerosi pastori stanno discutendo di questa ipotetica liturgia e d’altronde in molte chiese protestanti anche i divorziati si risposano in chiesa con una liturgia differente che tuttavia non altera la sostanza.
Riassumendo credo che sia giusto discutere di questa opportunità e che in tempi non lunghi probabilmente il Sinodo approverà le benedizioni alla coppie gay ma evitiamo scontri ideologici sulla parola matrimonio o sulle liturgie. Qui non si tratta di rivendicare diritti civili ma di inserire in una chiesa cristiana un completamente dell’ amore che io ha verso tutte le sue creature, gay compresi.
Sui diritti civili non ho trovato nessun fratello o nessuna sorella nella chiesa valdese che non lotti come cittadino/a per la laicità dello stato e per i diritti civili anche degli omosessuali (come delle donne e di molti altri) e ciò si vede anche dai valdesi che sono impegnati in politica, dall’on. Valdo Spini (molto vicino alle mie personali idee) al ministro Paolo Ferrero (un pò più lontano). Ma ciò attiene a un livello di considerazione molto diverso.
Un abbraccio a tutti
Andrea Panerini
http://www.andreapanerini.it
Il documento del GLOM:
http://www.gionata.org/chiese-e-omosessualit-/documenti/un-documento-sullomosessualit-della-chiesa-valdese-metodista-e-bat.html
Caro Andrea Panerini…
Ha senso sì intestardirsi per avere il matrimonio. Perché, almeno in questo caso, la forma è in tutto e per tutto sostanza: ripeto… i gay sono persone allo stesso livello di tutte le altre; non è ammissibile trattarle da persone degne massimo di scimmiottare. Dio mio… se escludiamo qualche conoscente gay che ogni tanto frequento e il mio ragazzo… tutti quanti, dai miei genitori ai miei compagni di scuola ai miei amici più cari ai miei colleghi ai miei vicini di casa al passante che passa per strada, ecc ecc hanno accesso al matrimonio, cioè a quel riconoscimento universale, radicato, istantaneamente compreso da tutti e in ogni dove, globalmente amato e rispettato, comunemente simbolizzato in quanto celebrante l’amore, la fusione di sue vite, un nucleo familiare, a tal punto da rientrare in numerosi modi di dire (“il matrimonio di autostrade e abertis”, “il matrimonio di banca intesa e san paolo imi”, “a marriage of design and technology”, ecc) mentre io, per il solo fatto che sono gay, sono privato di questo riconoscimento. Non è giusto. Questa storia deve finire. A livello civile sicuramente, e io spero anche a livello religioso (vedi i valdesi). Lei mi propone dell’ “altro”… io le rispondo che questo “altro” non mi va bene: io non voglio essere considerato “altro” rispetto a ciò che accomuna il resto della collettività… io voglio essere considerato e trattato da persona facente parte in tutto e per tutto della collettività, quindi da persona degna dell’universale, radicato, istantaneamente compreso, amato, rispettato e simbolizzato riconoscimento matrimoniale.
Non si tratta quindi di “scontri ideologici” su “insignificanti” parole… qui si tratta di come io, e tutti quanti i gay e le lesbiche, vengono considerati e trattati dalla collettività.
Il paragone che lei fa con i divorziati che si risposano, poi, non ha alcun fondamento: nel caso dei divorziati che desiderano risposarsi non si tratta di persone a cui qualche confessione religiosa nega, o negherebbe, il matrimonio (propinandogli dell’altro) a causa di ciò che loro sono, a causa di come sono nati. I gay sì. I gay, e le lesbiche, sono esclusi dal matrimonio non per qualche loro scelta di vita, ma per come SONO. Si tratta di due situazioni molto diverse.
In merito alle varie obiezioni che lei scrive sui matrimoni tra gay… guardi…
La radice della parola matrimonio rimanda al concetto di madre; la concezione di matrimonio che abbiamo noi ai nostri tempi, però, come ha riconosciuto anche lei, non è vincolata alla procreazione: non è affatto vincolata all’esistenza o alla possibilità che ci sia una madre all’interno della coppia, quindi è già ora al di là della propria lontana radice latina. Radice latina che, tra l’altro, si adatterebbe benissimo alle coppie omosessuali composte da due donne e un figlio procreato/adottato all’estero (ad es. in Spagna, in Inghilterra, in Usa, in Canada, in Sudafrica ecc insomma laddove alle persone e alle coppie omosessuali è permesso adottare ed accedere alla procreazione medicalmente assistita). Non ha perciò alcun senso voler utilizzare la radice di questa parola come una clava per negare a due uomini o a due donne la possibilità di unirsi in matrimonio.
Si può affermare che il matrimonio è un concetto che ha origine in un’epoca nella quale la diversità di sesso dei componenti della coppia era cosa considerata ovvia, scontata, ma nemmeno questa è una giustificazione, un motivo valido per, ai nostri giorni, negare ai gay l’accesso al matrimonio: una esclusione non trova giustificazione nel fatto che è stata praticata per molto tempo o da sempre.
Anche dire che “la tradizione biblica si incanala sulla dicotomia matrimoniale uomo-donna” non mi pare sia una giustificazione per negare il matrimonio valdese ai gay, a meno che nei testi Sacri non vi sia una chiara, e soprattutto inequivocabile, direttiva da parte di Dio o di Cristo che dice agli uomini di mantenere il matrimonio una istituzione a cui possono accedere solamente coppie etero.
Come ultima cosa, faccio ri-notare che nessuno qui vuole incolpare la Chiesa valdese delle mancanze dello Stato. Qui si è detta una cosa diversa, che tra l’altro è molto positiva e costruttiva: una situazione che ESISTE e a cui è (ingiustamente) negato riconoscimento matrimoniale da parte dello Stato merita lo stesso di essere cristianamente benedetta in quanto matrimonio. Non trovo affatto giusto nascondersi dietro al fatto che lo Stato non fa la cosa giusta.
PS: Tutto ciò che scrivo non va interpretato come ostile a un eventuale riconoscimento delle coppie extramatrimoniali da parte della Chiesa valdese. Io se la Chiesa valdese domani mattina cominciasse a benedire i conviventi etero e gay che si impegnano in una vita extra-coniugale apprezzerei. E molto!
Ho la sensazione che io e Marco da Milano si navighi su mari molto diversi pur volendo la stessa cosa.
Caro Marco, ma lei ha mai assistito ad un matrimonio in chiesa valdese o in una chiesa protestante?
Se sì, dovrebbe sapere che la liturgia è molto scarna ed essenziale. In molti casi è personalizzata e quasi sempre l’atto del matrimonio civile è separato da quello religioso (anche se la possibilità formale c’è, il 95% dei valdesi cosi preferisce tenendo separati religione e stato, sposandosi prima in comune e poi benedicendo il contratto civile davanti alla comunità) che nulla è in più di una presentazione della coppia alla comunità con qualche formalità suggerita dalla tradizione, ma nemmeno eccessiva. Lei forse fa sempre riferimento alla tradizione cattolica, che è forzosamente imperante in questo paese, ma qui stiamo parlando di cose molto diverse e di una tradizione diversa.
Cosa avrebbe di meno una presentazione di fronte alla comunità con una preghiera dei due compagni/e personalizzata e con il pastore che invoca la benedizione del Signore e la comunità che prega? Nulla, a parte il fatto che nessuno a livello legale lo riconoscerebbe quindi potremmo chiamarlo anche matrimonio (parola che ribadisco secondo me è impropria, considerando tra le altre cose anche l’impegno che la Tavola ha con lo Stato di non fare matrimoni di coscienza) ma la sostanza religiosa è la stessa. Alcune comunità valdesi già lo fanno per le coppie gay, senza clamori e pur in assenza di un pronunciamento sinodale. Nei fatti non si può certo impedire che una comunità preghi durante un suo culto per una coppia di suoi membri e la accetti, però almeno uno dei due della coppia deve essere di chiesa valdese perchè altrimenti non avrebbe nessun senso un culto di questo tipo, se nessuno dei due appartiene alla comunità che invoca la benedizione in quanto - e lo ripeto fino alla nausea - per la chiesa valdese il matrimonio non è un sacramento e vale in quanto presentazione e benedizione di una coppia nel contesto della vita comunitaria della stessa chiesa. E questo vale anche per gli eterosessuali. Poi uno può far quel che vuole, lo scambio degli anelli (di per sé pura formalità) anche la marcia nuziale se uno vuole, ma ci si dovrebbe chiedere se a questo punto non siamo noi gay a voler scimmiottare per forza un modello di matrimonio che storicamente è eterosessuale e che di per sè nelle forme ha ben poco di attinente all’essenza del cristianesimo. Quando deciderò col mio compagno di chiedere alla mia comunità una benedizione pubblica la cosa sarà fatta con molta gioia e partecipazione ma anche con molta semplicità. Scusate la battuta polemica ma le nozze in pompa magna le lasciamo ai cattolici, non sono nel nostro dna calvinista.
Ad ogni modo i piani sono distinti e ripeto che lotterò fino allo stremo per ottenere il matrimonio (o unione avente gli stessi diritti e doveri) civile, come pregherò e mi impegnerò perchè la chiesa valdese approvi ufficialmente le benedizioni delle coppie gay che ripeto si chiamerebbero impropriamente matrimoni in quanto non c’è il contratto civile. Quando lo Stato italiano finalmente si renderà conto che siamo nel XXI secolo le cose saranno veramente uguali ma in senso religioso già lo sono, contratto o no, a patto di non volere imporre alla chiesa valdese un matrimonio di tipo cattolico che è estraneo alla sua cultura calvinista. Non vorrei che qualche persona, anche in buona fede, che non è valdese volesse utilizzare la chiesa valdese solo per la propria tranquillità personale o per atti dimostrativi. La religione è cosa molto più seria di questo.
Con affetto e fratellanza
Andrea Panerini
http://www.andreapanerini.it
Andrea Panerini, non credo proprio.
Quello che le contesto non dipende da quanto sia elaborata o scarna la cerimonia nuziale valdese; né nasce da voglie malincanalate di tranquillità personale o dimostrative. Si basa, invece, sull’esigenza di essere considerato e trattato dalla collettività (quindi in primis dallo Stato, ma sicuramente anche dalle varie Chiese…di cui cmq rispetto l’autonomia) in quanto persona come tutte le altre, non da persona degna al massimo di un’imitazione del matrimonio. E si basa sul non chiudere gli occhi di fronte all’unicità del riconoscimento matrimoniale rispetto a qualsiasi altro ipotetico riconoscimento alternativo di nuova creazione: come ho fatto notare prima, una benedizione alternativa non sarebbe la stessa cosa del matrimonio, che è riconoscimento molto noto, popolare, amatissimo, molto radicato, universalmente e istantaneamente compreso da tutti in ogni dove a prescindere da età, mentalità, livello di istruzione, lingua, ecc senza necessità alcuna spiegazioni.
Se si vuole dare “medesimo riconoscimento” alle relazioni gay non si capisce assolutamente che senso razionale possa avere il voler negare loro il matrimonio per propinargli un qualcosa di a sé stante che -per definizione- non è il matrimonio, quindi che non è quel riconoscimento molto amato, rispettato, istantaneamente chiaro a tutti, universale, ecc ma che è semplicemente un qualcosa che lo imita. Nel momento in cui uno Stato, o una Chiesa, insiste a privarmi del matrimonio e mi dà un qualcosa di alternativo vuol dire, a rigor di logica, che quello Stato, o quella Chiesa, mi vuole privare dell’unicità del riconoscimento matrimoniale, vuol dire che quello Stato, o quella Chiesa, mi considera e tratta da persona non pienamente parte integrante del resto della collettività ma mi percepisce come “altro” rispetto al resto della collettività, come outsider. E questo non va bene.
Mi permetto di riportare quello che dice la nota organizzazione per i diritti umani Human Rights Watch in proposito:
[T]he segregation of same-sex unions into a special legal status is a form of “separate but equal” acknowledgement. Separate is never equal: the experience of racial segregation in the United States testifies eloquently to how preserving discreteness only perpetuates discrimination. Even if the rights promised by civil unions on paper correspond exactly to those entailed in civil marriage, the insistence on a distinct nomenclature means that the stigma of second-class status will still cling to those relationships.
Governments committed to equality cannot legitimately reserve certain areas of civil life as exempt zones where inequality is permitted. Human rights principles demand that states end discrimination based on sexual orientation in civil marriage, and open the status of marriage to all.
(tratto dal briefing paper sulla discriminazione matrimoniale, settembre 2003, vedi ultime righe al link http://www.hrw.org/backgrounder/lgbt/civil-marriage.htm )
Lei insiste nel dirmi che, siccome lo Stato esclude i gay dal matrimonio allora lo deve fare anche la Chiesa valdese… io dico che questo ragionamento non mi va giù. Nel momento in cui una situazione ESISTE, e ad essa è ingiustamente negato il matrimonio dalle autorità statali… quella situazione CHE ESISTE ed è sovrapponibile con la situazione di una coppia legalmente coniugata merita di essere cristianamente celebrata, riconosciuta, in quanto vero matrimonio. Se per prendere concretamente atto di questo fatto è necessario fare eccezione alla regola generale valdese che vieta matrimoni di coscienza, lo si faccia: la situazione di ingiustizia in cui vivono i gay italiani merita un atteggiamento di particolare attenzione, quindi anche meritevole di deroga alla regola generale.
In merito ai suoi dubbi sul fatto che il matrimonio tra omosessuali sia linguisticamente cosa propria rimando al messaggio che le ho scritto ieri sera a tardissima notte nella parte in cui le faccio notare come la radice, e l’origine, del concetto di matrimonio non possano essere considerati giustificazione per, ad oggi, negare il matrimonio ai gay ghettizzando le loro unioni in “altro”. Sullo scimmiottare…io credo che lei vada proprio fuori strada laddove collega l’esigenza di avere accesso al matrimonio vero con una presunta voglia di scimmiottare. La questione qui è di pura e semplice eguaglianza, senza limitazioni ingiuste alla propria libertà in quanto cittadino, in qaunto fedele. Nel momento, poi, in cui una coppia gay desidera effettivamente unirsi in matrimonio io non vedo affatto nulla di imitatorio… vedo una coppia di fidanzati che desidera unirsi in matrimonio. Il fatto che finora gliè stato sempre proibito di farlo non rende questa coppia una coppia di imitatori. Esattamente come, quando in America decenni fa finì il divieto di matrimonio tra persone di razza diversa in vari Stati e poi a livello federale, le coppie interrazziali che si son cominciate a unire in matrimonio non sarebbe giusto considerarle coppie scimmiottanti ma semplicemente coppie che convolano a giuste nozze, civili e/o religiose che siano. Dire, infine, che il matrimonio sarebbe “storicamente eterosessuale” (quindi che i gay sono stati sempre esclusi dal matrimonio) non giustifica il mantenimento dell’esclusione dei gay dal matrimonio. Come ho già avuto modo di scrivere, da che mondo e mondo, una esclusione non può trovare giustificazione nel fatto che essa esiste, o che è praticata da molto tempo o da sempre. Non si può giustificare una distinzione tra persone semplicemente dicendo che essa c’è, o che vene praticata da molto tempo. E’ un assurdo.
Navigando su internet mi sono imbattuto su una cosa curiosa che non conoscevo (a proposito di matrimonio o benedizione delle coppie dello stesso sesso) e che riporto per avere maggiori chiarimenti da chi conosce questa prassi della Chiesa Antica:
ADELPHOPOIESIS - Una Cerimonia per le unioni Gay?
L’adelphopoiesis (parola composta da (adelphós), “fratello” o più propriamente “di un solo utero”, e (poio), “fare”), era una cerimonia di affratellamento praticata da varie Chiese cristiane per creare una parentela spirituale fra due persone dello stesso sesso, solitamente di due uomini. Il rito fu praticato principalmente dalla Chiesa cristiana ortodossa.
Lo storico John Boswell nel suo libro Same-sex unions in pre-modern Europe, pubblicato anche con il titolo The marriage of likeness, fornisce testi e traduzioni di alcune versioni di adelphopoiesis in greco e soltanto traduzioni per un certo numero di versioni slave.
Boswell fa notare l’assenza di un rito equivalente nella Chiesa cattolica, tuttavia lo storico Alan Bray nel suo libro The friend, fornisce un testo latino con relativa traduzione di una cerimonia croata simile, intitolata Ordo ad fratres faciendum.
SCOPO DELLA CERIMONIA
Lo scopo dell’adelphopoiesis è controverso. Boswell sostiene che servisse a celebrare unioni sentimentali tra due uomini, precorrendo il matrimonio omosessuale. Altri, come Brent Shaw, sostengono che fosse più simile ad una “fratellanza di sangue” senza connotazione sessuale.
Secondo versioni alternative, questo rito sarebbe stato utilizzato per molti scopi, ad esempio per concludere un patto permanente tra i leader di due nazioni o tra “fratelli religiosi”, come sostituto della “fratellanza di sangue”, proibita dalla Chiesa del tempo.
Sostanzialmente, dopo la morte di Boswell il dibattito sull’adelphopoiesis non è stato più proseguito al di fuori delle cerchie di “gay credenti”, e quindi anche la corrispondente polemistica di parte avversa è andata progressivamente scemando. Va peraltro ricordato che il libro di Boswell rimane tuttora popolare come uno dei fondamenti delle “benedizioni di amicizia” fra persone dello stesso sesso celebrate da alcuni gruppi religiosi anglosassoni di estrazione protestante.